lunedì 12 marzo 2012

Mercuzio non vuole morire e altre utopie

Il Teatro in diretta dalla Sala A
 martedì 13 marzo 2012 , ore 21.00
Incontro-spettacolo con Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza

L'impossibile come scelta, come utopia, come necessità, ma anche come stato o condizione. L’impossibile come attitudine della mente e del corpo attraverso cui spingersi alla ricerca di una propria espressione.

   Venticinque anni fa Armando Punzo ha concepito e battezzato una rivoluzione culturale e sociale: trasformare il carcere in luogo di cultura, ed ancora oggi la cavalca senza scendere a patti o a compromessi. Il carcere di Volterra è rimasta la sua casa, per quello che è un esilio volontario, un ergastolo voluto, una scelta di vita. Con tutte le sue energie, sta oggi lavorando per realizzare un sogno: creare il primo Teatro Stabile in un Carcere. Sogno e necessità, lucida follia e concretizzazione di un 'altra impossibilità: quello che da sempre ha segnato la storia di Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza.
   Una serata per raccontare venticinque anni di teatro della Compagnia della Fortezza. Un teatro indissolubilmente legato alla sua biografia. Attraverso i frammenti di alcuni degli spettacoli più importanti, ne ripercorriamo la storia, grazie anche al contributo del critico Massimo Marino, da sempre spettatore e studioso di questa  utopia. Sono passati quasi venticinque anni da quando Punzo entrò in carcere con la voglia di ricreare una nuova idea di teatro con chi in un teatro neppure ci aveva mai messo piede. "Teatro": averlo subito, lì ed allora. Quel "lì" era il carcere di Volterra, quell' "allora" il 1988. Un carcere tra i più duri d'Italia, nell'isolamento e nell'invivibilità del quotidiano per via dei continui episodi di violenza tra i detenuti.
   Che senso poteva avere fare teatro in un luogo così lontano da ogni prospettiva culturale, che pretesa quella di lavorare con gente che aveva ben altri immaginari sociali e prospettive? Semplice: capovolgere completamente la prospettiva. Sovvertire gli schemi precostituiti. 
   Una sfida estrema in cui si lanciarono Armando Punzo, l'illuminato, l'allora direttore del carcere Renzo Graziani e gli agenti di polizia penitenziaria del carcere (prima contrari e dubbiosi e poi col tempo divenuti i più strenui sostenitori), e che oggi è già storia: più di venti spettacoli in oltre vent'anni di vita; migliaia di persone che ogni anno chiedono di poter assistere alle repliche estive degli spettacoli in carcere durante il Festival VolterraTeatro; da sette anni la possibilità di circuitare (grazie all'applicazione dell'art.21 dell'Ordinamento Penitenziario) nei maggiori teatri, festival e rassegne di tutta Italia e soprattutto il sostegno e la stima da parte della stampa e del mondo della cultura internazionale. Una compagnia che in uno spazio improbabile, ovvero una ex-cella di tre metri per nove, riconvertita in teatro, vede incontrarsi ogni giorno dalle venti alle cinquanta persone che leggono, discutono, elaborano, progettano, provano, costruiscono, forti e oramai consapevoli della grandezza e della condivisione dell'idea di poter essere altro, di poter fare altro.
   Mettersi alla prova per ricercare se stessi ed una nuova identità culturale e personale. Ed il teatro si è dimostrato essere la sponda perfetta per questo bisogno, nemmeno tanto latente. Via tutto il superfluo, per riscoprire ogni volta, ogni giorno, la funzione originaria del teatro, scoprendo un linguaggio nuovo, che si nutre di fatti concreti della vita. Per Armando Punzo, paradossalmente, il carcere è diventato il luogo dove reinventare il teatro e restituirgli la sua necessità. 

Tratto dal sito di RadioRai3



   Armando Punzo (1959) è regista e fondatore della Compagnia della Fortezza, composta dai detenuti-attori del carcere di Volterra, certamente l’esperienza artisticamente più conosciuta, in Italia, di teatro in carcere.
   Le sue idee sulle potenzialità del teatro hanno trasformato negli anni il carcere di Volterra in un centro attivo di cultura. I suoi sforzi vanno nella direzione di strappare dal teatro il marchio della rieducazione, che contribuisce a consolidare nei carcerati l'idea di una pena che non si cancella; l’obiettivo è distruggere l'idea stessa di carcere, annullarla agli occhi degli spettatori, colpirli con questa crudele contraddizione che si sostanzia nell'entrare in un luogo di detenzione e trovarvi un'umanità virtualmente liberata dall'azione teatrale.
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