giovedì 5 novembre 2015

Il Teatro Impertinente invitato all'Arcimboldi per I PROMESSI SPOSI - testo e regia moderni di Michele Guardì

I PROMESSI SPOSI
come li abbiamo visti (e parlati)

Elena Spadola all'Arcimboldi,
poco prima che la sala si riempisse.
Sì, ci hanno invitati proprio a "I Promessi Sposi - Opera Moderna", lo spettacolo dei record con la regia di Michele Guardì e le musiche di Pippo Flora. In programma al Teatro degli Arcimboldi dal 2 al 25 ottobre che per Expo 2015 ha ripreso la tournée italiana proprio dal capoluogo lombardo. Quello che si è presentato al pubblico con una veste rinnovata grazie anche a Luciano Cannito che ne ha firmato per la prima volta le coreografie. Quello.
Dal 16 ottobre, da che l' abbiamo visto io ed Elena Spadola, sono passati più di dieci giorni. Tanto tempo ci è voluto per metabolizzare e finire l'arci-articolo. Avevamo capito avremmo avuto questi tempi già dal quarto d'ora di pausa tra un atto e l'altro: tanti elementi della regia e recitazione di cui parlare, tanti dubbi da chiarire (con la nostra formazione impertinente ne abbiamo sempre), tanti appunti da farci per le interviste da far dopo, guidate dal gentilissimo staff del Teatro degli Arcimboldi.
E quindi per gradi: spettacolo ed interviste!

I PROMESSI SPOSI - lo spettacolo
Purtroppo non abbiamo potuto confermare le nostre teorie sulla regia, avendo di seguito intervistato solo attori, ed avendo mancato Salvatore Salvaggio credo d'un soffio. Quindi risolviamo la parte più impertinente direttamente su web.
Immagini! Immagini-Immagini-Immagini-Immagini! Negativo? Nient'affatto, anzi! L'ipotesi delirante che ho tirato fuori, e che Elena ha condiviso (ma lei delira più di me) è che questa regia si concentri sul mostrare gli effetti del potere che le immagini hanno nella società, e più in specifico sul rapporto tra immagine sociale e realtà personale. Tale delirio mi è partito con il personaggio di Don Abbondio, che ho utilizzato come chiave di lettura registica. Sì, proprio il pretucolo.
Una scorsa regia che avevo visto, sempre con le musiche esaltanti di Pippo Flora, aveva dedicato ampissimo spazio all'avvocato Azzeccagarbugli e Fra' Cristoforo, in una dialettica molto bella tra i brani "Sì, la legge è uguale per tutti" (Avvocato) e "C'è una legge sopra ogni legge" (Fra' Cristoforo), che si intersecavano, qui invece parti piuttosto ridotte ma soprattutto ben divise e perfino distanziate come esecuzione. Una prima enorme differenza registica che mi ha reso più vigile ed interessata.
Di questa regia invece mi ha colpito subito quanto spazio sia stato dato all'afflizione di Don Abbondio per la minaccia subita dai Bravi: un siparietto modesto con la Perpetua, altra macchietta dello spettacolo (una delle uniche tre, con Don Abbondio ed in parte il Griso), e poi un'immensa macchineria scenografica e coreografica per animare l'incubo del pretucolo, popolato da demoni sgherri di Don Rodrigo e dal Don Rodrigo stesso. O almeno la sua immagine.
Don Abbondio mi si è fissato in testa come l'immagine del popolo che si lascia impressionare dalle immagini: nel suo caso di Don Rodrigo, bestia potente e terribile. Potente e terribile per cause esterne. Di fatto, ogni singola volta che viene visto in scena il Don Rodrigo fisico, e non il Don Rodrigo immagine, è personaggio sempre in difficoltà: che sia perché meno forte del realissimo Fra' Cristoforo, o perché soggiogato dall'immagine di Lucia, intorno alla quale canta separato solo da del fumo di ghiaccio secco. Tanto per non citare tutte le scene dove il Conte Attilio lo prende in giro perché non in grado di domare Lucia, o le parti finali dove viene destituito dagli stessi sgherri.
A questo tipo di confronti, tra immagini e tra immagini e realtà, è stata data tutta l'attenzione possibile a scapito, credo giustamente, del trattare nel dettaglio "le giornate di Milano", la peste o anche solo la storia di Fra' Cristoforo. Parte di storia che tenevo molto a vedere, e che è invece stata fatta molto velocemente. Ma quando ho dato la mia interpretazione registica a Don Abbondio, ho salutato con piacere la scelta di tralasciare la storia dell'altro frate.
Cosa che non ho fatto con la madre di Cecilia e quella a parte di storia sulla peste. Ma non perché sia stato dedicato poco tempo ed energie, anzi perché credo ce ne abbiano messe troppe: unica parte di storia, quella, che mi è sembrata davvero piuttosto lanciata lì, poco armonizzata con il resto della regia, pur contando il secondo filo conduttore, minoritario: le forme d'espressione dell'amore. Un filo che non si può ignorare, ne I PROMESSI SPOSI, ma che ho trovato bello, per una volta, vederlo in secondo piano. Nonostante ciò, la madre di Cecilia che piange sulla figlia in modo patetico mi è sembrata un'immagine anche gore, regalata al pubblico per soddisfarlo, un'immagine gratuita che io ed Elena non sentivamo richiesta. Quella scena è un must, ma è stato il patetismo a rendermela di troppo.
Chi sono io per criticare Guardì? Io. E comunque dopo la mattonata ritorno amichevole, specialmente osservando come il primo filo conduttore registico mi ha fatto apprezzare l'opera manzoniana in modo completamente diverso dal solito, ed estremamente attuale. Don Abbondio è una persona immagine, divenuto il prodotto di chi ha accettato le immagini sociali come vere, senza usare il filtro della propria criticità: il suo bel siparietto con l'asino ha chiuso il cerchio. Chi accetta le immagini senza criticità diventa bestia, bestia vittima come lui, che anche quando se ne rende conto si giustifica dicendo non possa ormai cambiar la propria natura; o bestia "carnefice" come Don Rodrigo, il quale viene poi ucciso dai suoi sottoposti al primo segno del non poter più uguagliare la "propria" immagine.
Quasi ogni personaggio ha un rapporto con il mondo delle immagini. E non è scontato, nonostante siano in scena. Il Cardinale Borromeo ha talmente tanto accettato l'immagine, il disegno divino da rivestire l'unico ruolo completamente positivo dell'intera opera. Tanto che è l'unico, tramite quelle stesse immagini (religiose), a riportare davvero sulla retta via una figura tremendamente reale: l'Innominato. Tanto poco immagine da non avere nemmeno nome, lui è solo azione. Non ci pensa due volte a puntarsi una pistola alla tempia, a chiedere perdono, ad accettare di attuare la soluzione consigliata, e che intende in fretta (soffrendo molto, ma è inevitabile). Per fortuna l'Innominato pensa un po' di più per premere il grilletto.
La Monaca di Monza ha trattato invece, secondo me, il peso dell'immagine, in modo più approfondito che Don Rodrigo: è uno dei pochissimi personaggi a tenere, per un periodo, il palco da solo. Don Rodrigo è un cattivo, le sue regole di immagine sono molto più semplici. Di fatto una: profitto. La solita banalità del male, scardinabilissima con un minimo di base realmente culturale. Lei è prigioniera di una immagine culturale che sarebbe positiva (la suora, la sorella, la madre), ma che non è la sua. E che tradisce per questo, in più modi, che vanno a ricadere, ovviamente, su Lucia, la quale insieme a Renzo costituisce il piccolo nucleo di personaggi reali ma similari ad immagini, consone con i ruoli dell'epoca.
In conclusione: l'amore vero è slegato dalle immagini, e si esprime quando libero da esse (motivo per cui la Monaca non ha potuto esprimerlo, nemmeno capire se era vero). Soprattutto è una forza che vince le immagini inutili o deleterie, o che rende reali, vivi e personali i ruoli accettati (di frate, di moglie, di redento ecc.).
Non si combatte mai contro, ma si combatte per.
Motivo per cui avrei spaccato la testa a Renzo: mi ha stupito la scelta (registica?) di farlo camminare verso l'uscita del palco quando, nella scena finale, Lucia ha rivelato il suo voto di castità. Come se il problema fosse solo di Renzo. Non riesco a decidermi se si tratti di una scelta consapevole per esprimere qualcosa della modernità, o se si tratti di una scelta per criticare alcune idee di allora. E quindi opto per entrambe. In ogni caso è una scena che mi ha fatto riflettere, quindi mi è piaciuta.
L'ultimo appunto è sulle scenografie, che hanno contribuito a rendere questa opera moderna: praticabili a rotelle a vista, all'inizio anche i ballerini che si riscaldano alla sbarra, i personaggi principali seduti sui praticabili davanti agli specchi che gli attori hanno nei camerini per truccarsi: tutto molto meta-teatrale, tutto che mi ha riportato a riflettere sulle immagini, non solo dei personaggi ma anche proprio del teatro in sé.
Quel che ho sempre criticato del teatro tradizionale è che si concentri maggiormente sul risultato piuttosto che sul percorso svolto dallo staff, ma ho iniziato ad apprezzare qua i motivi di tale scelta così poco egoistica. Si percorre una strada più facile a livello personale (crescere è anche "sanguinare", come insegnano Artaud e l'Innominato), ma certamente più efficace per far ragionare il pubblico (o almeno coloro abbastanza sereni da criticare le immagini senza accettarle così come sono per via della sola scusa di non avere una laurea in critica) perché finalizzata a questo: la priorità è dare, o anzi, darsi. Non in modo pavoneggiante, ma più nell'ottica della fenice, dell'attore sacro (nella definizione di Grotowski): quello che si sacrifica in funzione di. Si combatte per, appunto.
Ero quindi molto curiosa di capire se quegli attori fossero pavoni o fenici. Non solo ho trovato diverse fenici, ma anche attori che hanno saputo vivere la routine della produzione di immagini come percorso di crescita personale. Un qualcosa che avevo solo il sospetto potesse essere possibile.

I PROMESSI SPOSI - interviste agli attori principali
Volevamo intervistare anche coloro i cui nomi non figurano nel cartellone, oltre che almeno uno degli agli altri cinque grandi nomi del dietro le quinte ma all'assenza dei grandi cinque si è aggiunto il dilatarsi del tempo nelle nostre interviste con gli attori principali. Ne parlerò in ordine, seguendo il nostro viaggio nelle viscere dell'Arcimboldi dietro la nostra gentilissima guida del teatro.
La prima persona con la quale abbiamo avuto occasione di parlare è stato Christian Gravina, ancora con le vesti del Cardinale Borromeo. Era molto contento della risposta del pubblico, quella sera molto attivo, esempio che ha utilizzato per spiegarci l'importanza che da lui al "dare e ricevere". Dare e ricevere con il pubblico e i colleghi, o con il ruolo. Ci ha parlato di crescita personale attraverso il lavoro di teatro tradizionale, crescita necessaria per trovare ogni sera motivazioni personali per affrontare il palco. Con lui ho davvero legato l'immagine del teatro tradizionale alle forme di arti marziali (katà per i giapponesi, daolu per i cinesi ecc.). Un copione riempito ogni volta con l'interpretazione personale data dal momento. Cosa che consente di realizzare anche più facilmente quell' "unione di anime" da lui citata, parlando del gruppo attoriale come di una famiglia. Nah. Io ed Elena crediamo nell'unione di anime, ma mai crederemo alla parte della famiglia. Famiglia patinata no, ma reale, con tutti i suoi casini ed attriti, sì. Sono anche uno dei modi per crescere, del resto.
Quindi è venuto il turno di Giò di Tonno e Rosalia Misseri, rispettivamente Don Rodrigo e la Monaca di Monza, intervista doppia. Oltre alle continue ridondanti ripetizioni (anche inutili, tanto i fatti parlano chiaro) dell'essere un gruppo di scafatissimi professionisti in grado di entrare in scena in un battito di ciglia ecc. hanno ribadito il concetto del portare emozioni diverse ogni giorno. Alla mia domanda must "ma perché andate in scena?" ha risposto Misseri, celerissima e convinta: per il successo della squadra.
Quindi è venuto il momento dell'attore che ci aveva più colpito in scena: Vittorio Matteucci, con l'Innominato. Ho cercato di contare quante volte tirasse in ballo il concetto di puntualità, ma mi son persa dopo cinque. Anche perché quella che sembrava una sua fissazione macchiettistica è diventata, durante la sua spiegazione, la descrizione di un modus operandi coincidente a "kung fu". Nei giorni seguenti all'intervista ho sempre più associato la sua puntualità con il "praticare nel tempo con impegno" (= kung fu; gong fu). "Questo è un mestiere come gli altri" ci ha detto riguardo il suo lavoro, e la puntualità diventa quindi il mezzo tramite il quale attuare una serie di riti personali che mettono ordine e ricaricano, dando le energie necessarie per riempire con le emozioni della sera il personaggio. La chiave di volta.
E quindi c'è stata la lunghissima chiacchierata con Brunella Platania, ossia Agnese, che ha chiuso il cerchio. Ci ha parlato di come la pratica non finisca mai: ogni giorno va recuperata, interiorizzata, per ricominciare da capo ogni sera. Per trovare "quel personaggio nascosto nell'angolo della bocca". La frase ci è rimasta impressa: del resto, in un teatro dove importa più il risultato del percorso, perché concentrarsi su un dettaglio che già ad una decina di metri si perde? Soprattutto poi nel caso di un musical e di una parte che sta spesso in secondo piano? Per l'origine del personaggio, per il percorso personale dal quale vengono tratte le motivazioni sempre nuove. Platania è stata la prima a parlare chiaramente del "restituire verità attraverso l'arte, perché ci consola e solleva, immergendoci nei sentimenti più vari". Il personaggio è il filtro, non l'attore, per il fine ultimo di portare una verità purificatrice, a sé come al pubblico.
Alla fine di questo viaggio, posso dire d'aver eliminato le resistenze che avevo verso il teatro tradizionale, dovute all'aver avuto un solo buon maestro in tale campo, per breve periodo, e per il resto solo dei marionettisti preoccupati della produzione e niente altro.

Il teatro tradizionale si concentra sul prodotto da dare. Come le industrie che fanno portachiavi.
Ma si spera lo faccia nell'ottica artistica, senza immagini facili o comode, ed una qualità altissima. Intrattenimento lo fa anche un gadget. Teatro lo fa solo il teatro.
E quindi I PROMESSI SPOSI?
Ben in grado di far venire dubbi, ben in grado di far uscire la gente dal teatro parlando di dettagli della scenografia, dei costumi, dell'interpretazione, della coreografia, del riadattamento dal testo manzoniano. Che nessuno esca dalla sala e metta il ricordo dello spettacolo subito nel cruscotto della macchina: I PROMESSI SPOSI è teatro. 

Isabella Biscaglia

Un ulteriore ringraziamento va allo staff dell'Arcimboldi ed a Morena Gammeri dell'Ufficio Stampa Eos Comunica, celerissima e precisissima, con la quale abbiamo aggiustato tutti i dettagli per l'occasione.


CAST
RENZO: Graziano Galatone
LUCIA: Noemi Smorra
DON RODRIGO: Giò Di Tonno

L'INNOMINATO: Vittorio Matteucci

FRA CRISTOFORO/CARDINALE BORROMEO: Christian Gravina
LA MONACA DI MONZA: Rosalia Misseri
DON ABBONDIO: Salvatore Salvaggio

AVVOCATO AZZECCAGARBUGLI/IL CONTE ATTILIO: Vincenzo Caldarola

EGIDIO: Enrico D'amore

AGNESE: Brunella Platania

IL GRISO: Lorenzo Praticò


Riduzione teatrale, testo, libretto e Regia: Michele Guardì
Musica e Arrangiamenti corali: Pippo Flora
Costumi: Alessandro Lai
Coreografie: Luciano Cannito
Gioielli: Gerardo Sacco

INFO:
Ufficio stampa
eos comunica
Daniela Mase - Paolo Monti – Lea Gorgone
daniela.mase@eoscomunica.it - paolo.monti@eoscomunica.it - lea.gorgone@eoscomunica.it
T. 02.4984324
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