giovedì 26 novembre 2015

Visita Impertinente a FABBRICA DELL'ESPERIENZA

Fabbrica dell'Esperienza
Una storia lunga due vite in un cantiere

17/10, la mattina dopo aver visto I Promessi Sposi - Opera Moderna, a Milano.
Mi piazzo davanti al vetro di via Brioschi 60, sede di Fabbrica dell'Esperienza, e vedo una grande sala con librerie da un lato, un tavolo con sedie, assi di legno varie, l'apertura di quello che pare un piccolo teatro sulla sinistra. Non penso sia un teatro, nonostante i drappi neri a delimitare quello spazio: il teatro non può essere più piccolo della sala d'entrata, di un foyer.
Teatro Renzo Casali
L' accanto c'è un'officina, mi viene il dubbio di chiedere a loro se dentro la Fabbrica ci sia qualcuno. L'altro magazzino ospitante l'officina lo sento di fatto affollato, non credo di disturbare il lavoro totale chiedendo.
Ma alla fine recupero il numero della Fabbrica da una delle locandine sulla porta d'entrata, chiamo. Sento squillare qualcosa dentro. Una signora compare correndo verso una porta sulla destra, termino la chiamata così lei rallenta perplessa, e io busso tenendo il telefono a vista. Mi nota e viene ad aprirmi.
Non sapevo di aver già incontrato uno dei tre pilastri della Fabbrica, Dora Dorizzi, come non sapevo che le numerose voci che pensavo provenire dall'officina erano quelle degli allievi intenti a ristrutturare la Fabbrica, guidati dagli altri due pilastri Irina Casali ed Alessandro Zatta.
Di solito prendo pochi o nulli appunti, ma quando ho capito il ritmo interno di Irina (velocità ghepardo) sono corsa al quadernino. Nella successiva ora, spostandoci negli spazi della Fabbrica come fossero stazioni, abbiamo fatto un percorso lungo quanto una vita intera ed una in corso.

INTERVISTE
Irina Casali e l'estensione del fabbricato
La storia di Fabbrica Dell'Esperienza inizia con Renzo Casali, attore, regista e drammaturgo, figlio di immigrati italiani in argentina. Ora, è un quadro appeso e il nome del teatro interno. Ma è anche e soprattutto una Irina Casali, è indispensabile ripercorrere non solo il filo della sua vita, ma anche l'intreccio al quale esso appartiene.
storia che non è raccontabile senza il contesto storico nella quale è collocata. Certo: è cosa ovvia per tutti. Ma per raccontare la storia di alcune persone, quali
"Il teatro è un fatto politico di per sé." è una delle frasi che Irina ha ripetuto, durante il lungo e dettagliato racconto. Renzo non è nato teatrante, ma lo è diventato presto, e anche prima di conoscere il metodo Stanislavskij nelle sue varianti generazionali ha sempre messo in tutto ciò che faceva la sua intera biografia e condizione, di novenne o uomo adulto che fosse. Come anche Irina ha fatto autonomamente, non si è lasciato abbagliare da un mondo che tende a dividere la persona in ruoli e maschere, dividere i fili del tessuto personale e sociale perché questi possano essere tirati in modo controllato. "In scena si porta il vero", frase che può riassumere il metodo Stanislavskij anche nella visione di Sanford Meisner (sviscerata soprattutto da Irina) oltre che la massima che assocerei ai Casali.
Massima che ha permesso a Renzo di lavorare con nomi quali Judith Malina e Julian Beck, o negli anni '60 con l'americano William Layton a Madrid presso il suo Teatro Studio, dove veniva utilizzata una successiva versione del metodo Meisner, un lavoro di terza generazione sul metodo stanislavskijano. Quando credevo che saremmo andati avanti nella narrazione temporale, Irina è saltata indietro: "Sai da dove si è ispirato Stanislavskij per il suo metodo?". Stavo ancora ragionando del fatto che per parlare della Fabbrica fossimo dovute risalire a prima di Irina, a prima di Renzo, ed ora a prima di Stanislavkij, quando lei ha risposto: Eleonora Duse. Un filo che non avevo visto e che parte da un dettaglio, il quale fa da snodo per moltissime trame: Duse e il suo arrossire in scena, per davvero. Questa verità in scena è ciò a cui risale anche Renzo, ripercorrendo la storia da un nodo all'altro, stando quindi ben in collegamento anche con la propria: se in scena si porta il vero è il vero personale, ed è un vero assolutamente legato al contesto sociale e storico.
Nella Spagna degli anni '60? Portare il vero in scena nel mezzo del regime franchista? Renzo viene espulso, e costretto a tornare in argentina. Sarebbe stato solo uno degli spostamenti impostigli o dettati dalla sua ricerca teatrale, uno dei due che ho intenzione di citare in tale articolo.
Nel 1969 fonda con Liliana Duca (danzatrice, attrice, scenografa e futura madre di Irina) la Comuna Baires a San Telmo, in Buenos Aires. La Comuna diventa base per trasferte in ogni dove, ed assolutamente il luogo di sviluppo di ogni attività di teatro indipendente possibile ed impossibile all'epoca. Fino al '73 le produzioni sono circa 80, con sempre le caratteristiche di verità a tutto tondo. Altro regime, altro regalo, non solo a Renzo ma anche ad altri come lui: nel '73, con l'accusa di "Regista teatrale", viene cacciato dal suolo Argentino, sotto minaccia di morte e ritorsioni di ogni tipo su familiari. Compreso di bambine anche molto piccole come era allora Irina. Il ponte per la salvezza in Italia viene fornito da Serena Sartori, e il racconto dell'esodo mi viene detto in modo asciutto, ma con tratti cinematografici: artisti che non scendono a compromessi, contro un regime che non scende a compromessi. Artisti che fuggono in terre senza portarsi nulla dietro che non siano familiari o persone, minacciando parenti in altre terre di non accettare la salvezza offerta se questa non viene allargata anche ad amici che altrimenti non avrebbero chance di sopravvivenza. La fuga di Renzo e famiglia Casali è tra quelle che riescono.
In Italia non cambiano atteggiamento: continuano con il teatro, partendo da zero, in una situazione meno estrema ma non più facile. I compromessi sono ovunque, dagli anni '70 italiani fino ad oggi, ma non per le loro idee. Irina cresce nel teatro, e teatro è inteso ben oltre delle mura o dei copioni. Già Shakespeare affermava che tutto il mondo è teatro, e a Fabbrica dell'Esperienza, con il racconto di Irina, ho potuto toccare tale realtà con mano.
Ed è realtà tanto solida che nel 2008 non ha potuto più ignorarla nemmeno Milano: in quell'anno arriva l'Ambrogio d'Oro per i 40 anni di attività teatrale di Renzo e per la già lunga carriera di Irina, nata nel teatro e di teatro fatta. Tale riconoscimento consente ad Irina d'avere un simbolico supporto economico dal Comune, necessario appena a tamponare qualche spesa delle tantissime attività teatrali da lei svolte, delle quali ha sempre vissuto.
"Being an actor is a religious calling because you've been given the ability, the gift to inspire humanity" - Sanford Meisner
(Essere un attore è una chiamata religiosa in quanto ti è data l'abilità, il dono di ispirare l'umanità. - Sanford Meisner)

Ed infine nel 2012 nasce Fabbrica dell'Esperienza, di cui Irina è Direttrice Artistica. Luogo di seminari, incontri, spettacoli, ricerche, accademia (la Acting Languages Academy, di cui Irina è anche un'insegnante). In una vita Irina ha rimesso assieme i pezzi che mi ha velocemente raccontato. Partendo alla ricerca di sé, ha ricostruito la storia e le vite di persone, teorici teatrali, regimi, condizioni e stili di vita e pensiero. Fabbrica dell'Esperienza riunisce tutto questo. Storie che non è necessario sapere o raccontare, ma che fanno parte di lei e della Fabbrica. Esperienza dall'Esperienza, e ho potuto intravedere l'estensione dei fili delle storie e che ripercorrono la storia. Una parte della storia di Fabbrica dell'Esperienza.
Un'altra delle molte parti viene da Alessandro Zatta, dai suoi Salti Teatrali, ma ogni insegnante porta il suo: "C'era un tempo in cui Danza, Teatro, Musica, Pittura, Scultura, Narrativa, Poesia non esistevano ancora come discipline autonome,  linguaggi clericali o minacce per analfabeti, ma continuavano ad essere elementi organici di un unica Grande Orchestra che eseguiva la Totalità ​​​di un gesto ​​Umano​" frase di Renzo Casali che riassume l'ottica di totalità artistica della Fabbrica, il cui nome deriva dal fatto serva esperienza non solo tecnica ma anche umana. Per dare significato e vissuto, in un teatro quindi non salariato ma di idee fabbricate dall'esperienza.
Esperienza totale ed umana. E quindi per fabbricarla si sono riuniti insegnanti di ogni tipo, ognuno con la sua specializzazione atta ad intrecciare fili diversi di allievi, cittadinanza, istituzioni. Dopo Irina ho esplorato altre parti del tessuto, del fabbricato, partendo da chi si occupa delle idrovore d'esperienza...


Dora Dorizzi ed il teatro under 12
Dora Dorizzi dal 1996 dirige a Milano i laboratori creativi per bambini e adolescenti, è attualmente Direttrice dell'area pedagogica di FE dedicata ai bambini e ragazzini, occupandosi delle fasce 5/9 e 10/12. Ha lasciato l'insegnamento elementare nel 1984 per dedicarsi alla promozione culturale dell'Istituto di Antropologia di Milano e per spendersi in attività teatrali in genere genere. Irina la ha definita uno dei tre pilastri di FE, ed aggiungo io si tratti di quello che non ti aspetti.Una signora modesta e semplice, che parla chiaro ma mai a voce alta, che parla chiacchierando. Con lei non è stata proprio una intervista, alla fine. C'era una atmosfera ancora più casalinga che quella instauratasi con le altre persone.
Mi ha raccontato di come non segue il metodo Meisner, e di come di fatto non segue nessun metodo. Dopo oltre un'ora passata ad indagare quei filoni, mi son ritrovata su un altro snodo. Dora si interessa di psicoterapia e pedagogia, di fatto per affinare una modalità di lavoro che ha sempre utilizzato: la responsabilizzazione naturale. Da applicare soprattutto ai piccoli. Nei laboratori lascia che siano ad esprimersi direttamente i partecipanti, con il loro sguardo sul mondo, senza che lei intervenga se non nella fase di presentazione, come primo confronto extra-team. Sono i ragazzini e bambini i registi, attori e sceneggiatori di loro stessi, loro decidono quali scene portare al saggio finale davanti ai genitori. Abbiamo riso lei nel raccontare, io nell'ascoltare come il metodo naturale di lavoro dei bambini, per sviluppare le loro storie, sia quello della commedia dell'arte: niente copioni ma solo canovacci, niente memoria ma solo parti, in una espressione spesso surrealista e metaforica, dove può anche capitare che un genitore immaginario venga buttato in un buco fatto di nulla e lì lasciato. I bambini mettono in scena sketch allegri ma anche tristi, vivendoli sul momento sicché i genitori, mi racconta Dora, osservano sempre attentissimi, in silenzio, stupiti. I contenuti e la forma di ciò che viene messo in scena sono totalmente responsabilità dei bambini e ragazzini, che Dora coordina con sapienti e minimi indirizzamenti, precisi e chirurgici come possono essere solo quelli di chi ha esperienza. Sempre sulla linea della responsabilizzazione naturale, nei campi estivi alla Fabbrica i giovanissimi passano così le giornate, creando storie e gestendo anche le pulizie e la cucina degli spazi stessi. Esperienza di espressione a tutto tondo.


Anna Sofia Carnieletto e non trattenersi
Al primo anno di Accademia, dove si è iscritta in seguito all'abbandono degli studi universitari pittorici. Si è sempre interessata di cinema americano, e quindi si trova molto a suo agio in un ambiente teatrale aperto a sperimentazioni visive. Ridendo, mi ha raccontato di come abbia trovato FE per caso su internet, dopo non essere stata accettata al Piccolo di Milano (anche perché non aveva esperienze teatrali di rilievo alle spalle). Suo obiettivo è il lavoro personale, e a FE si è subito ambientata, in quanto "metti in gioco fisico e psichico". Pratica e teoria. Una ambientazione non facile o indolore, per lei: "Il teatro è l'unico posto dove non si finge". Ossia, nei training di FE Anna ha potuto versare e sentire tutte le lacrime che non versava da 4/5 anni, non ha avuto bisogno di fingere d'essere stata bene negli anni più recenti della sua vita. Come risultato, davanti a me avevo una ragazza serena, che nonostante una certa cura nel proprio aspetto avevo pescato dal cantiere dietro il foyer, con le mani in mezzo ad assi di legno e polvere.


Alessandro Zatta ed il teatro diffuso
Alessandro Zatta lo ho pescato per l'ultima intervista in una situazione un po' più strana: era in una saletta dietro il foyer, con altri 4/5 allievi, tutti fermi a fissare una presa elettrica. Proprio fermi. Li sentivo quasi ragionare tutti su come risolvere uno stesso problema. Zatta non ha avuto remore a lasciare tale compito agli allievi, e mi ha seguita. Lui è regista, drammaturgo, insegnante e attore teatrale, oltre che l'esperto in arti visive di FE. Attualmente è Direttore Organizzativo di Fabbrica dell'Esperienza e Docente di Acting Languages Academy.
La sua storia immediatamente precedente a FE si trova in Salti Teatrali, compagnia che univa teatro ad arti figurative oltre che musica e proiezioni su attori. Un esempio tipico è Art(e)#1. Ma Zatta ha partecipato anche al progetto romano "Voci nel deserto", ideato da Marco Melloni e poi espanso in altre città italiane quali Rimini, Milano e Torino. Spettacoli fatti la sera basati su testi d'attualità, e promossi in strada dagli stessi attori. Zatta ha sempre ricercato la contaminazione teatrale con altre arti, e la contaminazione della società con il teatro. Per questo è abituato a cambiare punti di vista, dal raccontare la storia del Cirano dal punto di vista di Rossana, allo scendere in strada con arti di solito ben ambientate tra mura, all'interrompere per un buon quarto d'ora i lavori nel cantiere per parlare.
La Fabbrica è luogo di contaminazione per eccellenza: per le competenze degli insegnanti, per la sua collocazione a Milano. La collaborazione tra professionisti diversi consente di mettere a confronto diversi punti di vista, garantendo la realizzazione di progetti più ampi e solidi. Al chiedergli quali fossero i suoi obiettivi ha riso, specificando che tenda anche a cambiarli. Ergo, ha potuto parlarmi dei suoi obiettivi del 17 ottobre: trovare, capire il senso del far teatro ora, cosa vale la pena di fare e perché condividerlo, diffonderlo. Ho visto questi obiettivi come specchio della sua disponibilità a cambiare punti di vista e direzioni: nulla è scontato, nulla è ovvio anche dopo percorsi di anni. Comunque, tutto serve per andare avanti e capire come evolvere: questa è esperienza.

Francesco Scarpace verso l'insegnamento
L'intervista con questo allievo è avvenuta online, per avere una visione più chiara da qualcuno che è in una interessante fase di passaggio del proprio percorso.
Quali sono le tue attività in FE?
Attualmente frequento il secondo anno di Acting Languages Academy, la prima Accademia in Italia incentrata sul Metodo Stanislavskij, con particolare riferimento a The Meisner Technique.
Precedenti esperienze teatrali?
Ho iniziato a studiare recitazione presso il Faro Teatrale. E' a questa scuola che devo la scoperta e il mio amore per il teatro. Successivamente ho frequentato molti seminari dato che le ore di lavoro al Faro Teatrale non erano più sufficienti per me.
Quando scopri una vocazione così forte lavoreresti 24 ore al giorno. Il più importante dei seminari è stato sicuramente quello che ho seguito proprio alla FE, visto che mi ha fornito gli strumenti concreti per esprimere verità in scena e per rivivere la vita spirituale di una parte, tutte direzioni che in effetti fino a quel momento ho sempre inseguito. Inoltre ho avuto l'onore di seguire un seminario con Dominique De Fazio, proprio nella mia prima scuola, il Faro Teatrale. Tra l'altro è stato proprio durante questo seminario che ho deciso, di fatto, di iscrivermi in Accademia. Dominique è molto molto potente. Mi ha messo di fronte ai miei limiti, limiti che era necessario colmare.
Come mai la strada dell'insegnamento?
Finora ho svolto solo qualche supplenza, nulla di più. Inoltre sono stato assistente alla regia in alcuni lavori. Poi mi sono fermato un momento, proprio per terminare il mio percorso in FE, un percorso che richiede la totale immersione. Le ancora rare occasioni che ho avuto per "insegnare" sono state però illuminanti. La prima volta mi sono sentito subito a mio agio, seppur con tutti i dubbi che un insegnante incontra in aula. Ho scoperto che insegnare è l'unico modo che ho per esprimermi veramente, esprimere davvero me stesso. E' l'unico contesto che mi fa sentire davvero vivo, oltre all'amore, altro aspetto fondamentale della mia vita. Il lavoro che svolgi in aula come insegnante ti parla continuamente, ti suggerisce infinite vie per arrivare alla creazione vera. Devi solo saperlo ascoltare. E' da questa sensazione che ho scoperto non solo il mio desiderio, vitale ormai, di insegnare ma anche la mia vocazione alla ricerca. La ricerca è l'unico motivo che mi spinge a vivere nel teatro. Ed è una ricerca non solo sullo "stare in scena" ma anche sull'animo umano.
Cosa aggiungi?
Le critiche al Metodo si sono sprecate nel corso dell'ultimo secolo. Sinceramente credo che non abbiano senso, perlomeno alcune, e aggiungo che ho come l'impressione che spesso ci sia stata, e ci sia, mala fede in queste critiche. Utilizzare l'approccio di Stanislavskij è molto impegnativo, sia per i registi, sia per gli attori. Forse è molto più comodo un approccio teatrale che non scomoda, che non costringe a compiere un'altra importante ricerca che è fondamentale affinché avvenga un vero processo di creazione: la ricerca all'interno di se stessi. E' un processo complesso per gli attori, perché costringe a mettersi a nudo; quanti sono davvero disposti a farlo? E' un processo complesso anche per i registi perché per indagare l'animo umano occorre essere preparati e competenti e, in questo caso, è la propria preparazione e il proprio amore verso l'arte che deve essere messo a nudo. Ancora, quanti sono disposti a farlo?

Un'altra serie di Grandi Incontri per il Teatro Impertinente, con cui si conclude l'esperienza milanese. Abbiamo sempre più idee di viaggi ed indagini da fare, curando i legami instaurati nel tempo. Perché esperienza reclama esperienza!

Isabella Biscaglia



E ricordatevi che il 30 novembre scade il bando by Fabbrica dell'Esperienza


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