martedì 4 ottobre 2016

#largoaiguerrieri, il primo musical sul Rugby

dopo Marco Paolini con il teatro di narrazione, parla di rugby
Oriana Gullone con il musical
#largoaiguerrieri

Nella storia abbiamo visto musical sui più svariati temi: gatti, pugilato... ma un musical sul rugby non lo ha scritto mai nessuno.
Finora.
Poi i professionisti del Rugby Calvisano hanno incontrato i B.livers, gruppo di ragazzi affetti da patologie croniche importanti che, grazie al progetto B.live, affrontano una follia dopo l'altra segnando mete a raffica. La folle prospettiva musical è diventata reale quando una nostra conoscenza è stata rapita dal mondo di questo fantastico sport e di questo folle progetto.
Oriana Gullone, neo diplomata regista alla scuola di teatro musicale di Novara, è stata l'ultimo acquisto di questo insolito progetto, e a sua volta ha rapito i soggetti coinvolti con l'idea di realizzare un musical sul rugby e con il rugby: #largoaiguerrieri, e noi la abbiamo intervistata a tal proposito...
realizzata il 27 settembre 2016
Chi è coinvolto nel progetto e come?
Per ora, ufficialmente, i B.livers, diversi personaggi di Calvisano (cittadina del bresciano la cui squadra è Campione d’Italia da due anni), più o meno coinvolti nel mondo rugby, e la squadra di Rugby di Asola, altra cittadina vicino Calvisano.
Ti dico per ora perché ho in mente altre persone da coinvolgere ma, un po’ per correttezza un po’ per scaramanzia, ancora tante intenzioni le manteniamo top secret.


Come ti sei inserita nel progetto? Cosa ti ha colpito e convinta a farlo?
Il progetto è nato quasi per scherzo, su una battuta di Luca Beccaris, rugbista professionista della Prima Squadra di Calvisano fino alla scorsa stagione.
Ci siamo incontrati insieme ai ragazzi B.live a giugno per imparare a giocare a rugby con lui e altri tre ragazzi della squadra come allenatori d’eccezione (Gabriele Morelli, Alessio Zdrillich e Michele Andreotti, attualmente impegnati nel Rugby Calvisano)!
Davanti a un tè caldo dopo partita, vengo presentata come la “regista nuova arrivata” e Luca esclama “Come mai un musical sul rugby non l’ha mai fatto nessuno?”. Credo si aspettasse una risata come risposta, invece mi ha acceso una lampadina e ho accettato la sfida.
Nei giorni immediatamente successivi ci siamo sentiti per organizzare la mia trasferta a Calvisano perché vivessi da vicino cos’è davvero il rugby.
Non so razionalmente spiegare cosa mi abbia convinto. Giocare con loro e i B.livers è stato divertentissimo, l’idea era folle e non era ancora venuta in mente a nessuno, quindi il primo istinto è stato: “Facciamolo!”.

Cosa ne pensavi del rugby, e cosa ne pensi ora?
Ne pensavo poco, perché in effetti lo conoscevo poco. L’haka degli All Blacks, qualche nome e faccia della nostra Nazionale, la forma della palla, i giocatori enormi…
Negli ultimi mesi ho “studiato”, ho cercato di leggere quanto più possibile sull’argomento; oltre agli incontri fatti a Calvisano, sto cercando anche a casa di parlarne con chi ne sa qualcosa, o con chi non ne sa nulla per provare a spiegare io come funzioni.
È un bel mondo, ha dei valori importanti che valgono anche al di fuori del campo, anche se da dire è banale ed è la risposta che riceveresti da quasi chiunque. È una grande famiglia, dove crescere “storti” è davvero difficile, perché umiltà e rispetto sono due parole chiave assolutamente fondanti e fondamentali. E anche al di fuori del campo i ruoli si mantengono, il capitano si sente responsabile dei suoi ragazzi e li segue anche nella vita normale, li cazzia se necessario. È un bel modo di crescere, senza distinzione di sesso, classe sociale, età…


Che rapporto hai con i soggetti coinvolti? (giocatori ed enti)
Palla ovale e birra hanno il grande potere di rendere tutti fratelli. A Calvisano, poi, mi bastava presentarmi come “l’amica del Becco” (Luca Beccaris, NdR) e le porte e i sorrisi si spalancavano ovunque. Qualcuno non ha precisamente capito le mie intenzioni, pensando dovessi scrivere delle canzoni e organizzare un concerto. In tanti mi hanno chiesto se fossi una giornalista. Ma è stato sempre semplicissimo sedersi a un tavolino del bar e chiacchierare davanti a un caffè di quello che per un paese intero sembra essere l’unico argomento di conversazione, insieme alla briscola.
Con i B.livers ancora non abbiamo dichiaratamente parlato del progetto, quindi saprò raccontarti qualcosa più in là.

Con quali età/abilità lavori?
Ho voluto conoscere quante più realtà diverse possibili. Ho seguito gli allenamenti di tutte le fasce d’età, dagli Under 8 agli adulti di serie C, ho trascorso il terzo tempo (la rigenerante mangiata e bevuta post-partita) con i professionisti e cenato coi ragazzi in campo dopo l’allenamento. Ho scoperto dell’esistenza del rugby in carrozzina e sono probabilmente i prossimi contatti che cercherò. Nessun limite alla fantasia. Mi piacerebbe anche seguire una femminile, vedremo…

Come hai sviluppato il progetto #largoaiguerrieri fino ad ora? E come pensi di andare avanti?
In realtà ho poco da dire a riguardo. Con tante delle persone incontrate finora abbiamo battezzato questa prima fase “il pentolone”. Mettiamo insieme tutto, anche quello che sembra meno importante o fuori tema. Tutto dentro, quando l’acqua bollirà verrà a galla quello che davvero riuscirà a sintetizzare un mondo così ampio e difficile da riassumere in un’ora e mezza, su dieci metri di palcoscenico. E non ci stiamo dando una scadenza precisa. Un rugbista non nasce in una settimana di allenamento, ci vuole tempo.


Se lo hai fatto, come hai adattato il tuo metodo di lavoro a questa strana situazione?
La sto vivendo come una tesi sperimentale, almeno in questa prima fase. Sto facendo ricerca, devo entrare in un mondo a me completamente sconosciuto fino a pochi mesi fa. Devo entrarci veramente per poi essere in grado di raccontarlo con parole, musica, movimenti di scena.
Ho l’enorme fortuna di aver incontrato finora personaggi fantastici, disponibili a tutto. Il rugby non conosce prime donne, ed è sicuramente una caratteristica che sta rendendo il lavoro facile e molto piacevole.
Durante la seconda trasferta a Calvisano ho lasciato stare le interviste, ho cercato di essere osservatrice silenziosa, ho assecondato e seguito completamente quello che facevano i ragazzi, mimetizzandomi (si fa per dire, il più piccolo di loro è tre volte me!).
Sì, posso dire che un metodo reale quasi non c’è, l’approccio segue l’umore di quello che mi succede intorno.

Come ti sta segnando questa esperienza? Come sta segnando i ragazzi e gli enti coinvolti?
È forse il primo progetto davvero grande a cui mi dedico da sola. Qualche volta lo realizzo e mi rendo conto della follia. Ma è una bella prova. Sto in realtà ri-imparando a entrare a contatto con il completo sconosciuto. I ragazzi non lo so, finora si sono solo fatti promettere di avere un posto riservato per la prima dello spettacolo!

Obiettivi ed aspettative per il futuro?
Aspettative nessuna. Per principio anche nella vita. Così da non rischiare delusioni. Obiettivi qualcuno in più, il primo quello di riuscire a creare e gestire una bella squadra di lavoro. E riuscire a mantenere l’entusiasmo sempre, anche se l’impresa è indubbiamente difficile.

C’è una domanda che avresti voluto io ti facessi e non ti ho fatto? Fattela e risponditi!
Ti è venuta voglia di giocare a rugby? Sì, ma con i piccoletti Under 8, quelli grossi mi fanno ancora troppa paura!

Mi racconti un aneddoto relativo a #largoaiguerrieri?
Ne avrei due. Uno dalla prima trasferta. Ho seguito gli allenamenti degli under 11 o 12, non ricordo, e finito l’allenamento mi sono fermata a chiacchierare un po' coi piccoli. Gli ho chiesto perché gli piacesse giocare a rugby, in tanti hanno risposto “da grandi”: per lo spirito di squadra, il rispetto che si impara verso compagni e avversari… Poi il più basso e cicciotto di tutti spalanca un sorriso e alzando la mano mi dice: “A me piace prendere le botte!”. È diventato il mio idolo immediatamente, perché forse ha centrato più lui lo spirito del gioco che gli altri. Se le botte ti piace solo darle, vai a giocare a calcio e quando ne prendi simuli (non me ne vogliano i calciatori!).
L’altro è dalla seconda trasferta. Ho passato il terzo tempo, tra gli altri, con Paul Griffen, capitano del Calvisano per quattordici stagioni, mediano della Nazionale Italiana in quarantadue partite, neozelandese di papà maori. Un pezzo grosso, uno di quelli davvero conosciuti in tutto il mondo. Eppure è lì, in mezzo ai ragazzi, ride e chiacchiera con tutti, si è costruito una vita a Calvisano, si ferma a bere il caffè con chi è al bar a giocare a briscola. Siamo talmente abituati alle squadre di calcio scortate dall’esercito in stazione, che chiacchierare e ridere davanti a una birra con una faccia che avevo su uno dei miei libri è stato indescrivibile. Ed è un’altra delle grandi lezioni del rugby.

Prossimi aggiornamenti dal blog del Teatro Impertinente
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